Immagina di essere in un teatro. L’atmosfera è carica di aspettative mentre il pubblico attende l’inizio della musica. Ogni musicista è posizionato in modo strategico, con un ruolo preciso. Molti hanno studiato, hanno provato a lungo, trascorrendo tempo insieme per conoscersi, sincronizzarsi, affinare i tempi e gli attacchi. L’orchestra celebra la diversità; timbri e colori differenti si intrecciano per
creare qualcosa di straordinario, potente, d’impatto. Il direttore d’orchestra conosce i musicisti. Sa chi ha studiato, chi fatica, chi si è
allenato poco e chi si è distratto. A un orecchio disattento certe note possono sfuggire, ma lui conosce il potenziale di ciascuno e, proprio per questo, pretende molto.
Il concerto inizia. È il tuo turno. Tocca a te. Ma sei distratto, non sei presente con la mente e con il cuore. Non hai studiato bene, non eri pronto. Il tuo silenzio è assordante. Hai perso l’occasione di essere parte viva dell’orchestra. Perché? Ora sposta questa immagine sulla comunità cristiana di cui fai parte.
La chiesa non è il pubblico, è l’orchestra. E Dio non cerca spettatori, ma adoratori e servitori attivi. “Ora voi siete il corpo di Cristo e ciascuno di voi è una sua parte” (1 Corinzi 12:27).
Che strumento sei? Ma ancora prima: sei presente alle prove o arrivi sempre impreparato? Ti nutri della Parola durante la settimana o consumi solo ciò che altri hanno preparato per te la domenica? Ti nascondi dietro la spiritualità degli altri, dietro la predicazione del pastore, dietro il servizio di pochi fedeli?
Gesù rivolge alla chiesa di Efeso parole forti, che oggi risuonano anche per noi: “Ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore” (Apocalisse 2:4).
Non dice che hanno perso la dottrina, né che hanno smesso di lavorare, anzi, l’impegno e il servizio sono rimasti, ma sono vuoti. Hanno perso l’amore. La passione. La presenza viva. Una chiesa può essere molto organizzata, biblica, attiva in vari settori, ma
spiritualmente assopita. Membri presenti fisicamente, ma assenti spiritualmente. Cristiani che ascoltano, ma non partecipano. Che criticano, ma non costruiscono. Che pretendono, ma non si donano. Questo avviene non perchè Dio cambia, ma perchè noi cambiamo, ci allontaniamo, ci lasciamo trascinare da distrazioni apparentemente appetibili o ci focalizziamo su discussioni inutili e diventiamo
osservatori con le braccia incrociate lì dove il Signore ci vuole operai con le maniche rimboccate. La chiesa non cresce perché qualcuno fa tutto, ma perché ognuno fa la sua parte. Quando diversi mancano in questo, l’armonia si spezza. Quando tu ti spegni, qualcun altro si affatica di più. Quando tu ti risvegli, l’intero corpo ne beneficia.
Paolo ci ricorda: “Siate ferventi nello spirito, servite il Signore” (Romani 12:11).
Non tiepidi. Non passivi. Non deleganti. Fermati e chiediti davanti a Dio: Dove mi sono spento? Da quanto tempo non servo con gioia?
Poi prendi un impegno concreto: ricomincia dalle “prove”: riconosci che qualcosa in te si è spento, che hai perso la gioia, che ti sei distratto e abbandona l’orgoglio.
Riprendi la preghiera personale, quella che ti porta ai piedi di Gesù, confessa cosa ti ha indebolito, ripristina e rinnova il tuo impegno. Rimetti lo strumento tra le mani e suona.
E’ importante ricordarci che la crescita spirituale non avviene nell’isolamento. La Bibbia è chiara su questo e dice:
“Esortatevi a vicenda ogni giorno” (Ebrei 3:13).
“Non abbandoniamo la nostra comune adunanza” (Ebrei 10:25).
La comunione non è opzionale, è la forza che ci serve per non cadere nell’apatia e nell’indifferenza.
Essere parte attiva della chiesa, e quindi diventare capaci di esortare e di essere esortati, significa:
1. Servire, anche quando nessuno vede.
2. Prepararsi, spiritualmente e concretamente.
3. Essere fedeli, non solo entusiasti.
4. Esporsi, invece di restare nascosti.
5. Amare la famiglia di Dio, anche quando è imperfetta.
1. Servi, anche quando nessuno vede.
Il vero servizio cristiano viene messo alla prova nell’invisibilità. Finché qualcuno ci vede, ci ringrazia o ci riconosce, è facile sentirsi motivati. Ma Gesù ci invita a qualcosa di più profondo: “Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Matteo 6:4).
Quando smettiamo di servire perché nessuno ci nota, forse non stavamo servendo Dio, ma il nostro bisogno di approvazione. Nella chiesa molti ministeri essenziali non salgono mai sul palco eppure reggono tutto: intercessione, accoglienza, fedeltà
silenziosa, presenza e conforto. Servire senza applausi rivela la maturità del tuo cuore. Se nessuno vedesse ciò che fai, continueresti a farlo? Torna al primo amore, e la gloria di Dio tornerà ad essere il tuo obiettivo più importante.
2. Preparati, spiritualmente e concretamente.
Nessun musicista sale sul palco senza aver provato. Eppure, nella vita di chiesa, molti “suonano” senza preparazione: poca preghiera, poco studio della Parola, poca comunione con Dio e di conseguenza poco interesse verso i fratelli e il prossimo.
Gesù dice: “Vegliate e pregate” (Matteo 26:41). Vegliare significa essere pronti. La preparazione spirituale non è solo per chi predica o guida: ogni credente è chiamato a presentarsi preparato. Arrivare in chiesa svuotati o distratti rende difficile ascoltare, servire, discernere. Torna al primo amore, e la sete della conoscenza di Dio tornerà ad essere il motore della tua vita.
3. Sii fedele, non solo entusiasta.
L’entusiasmo è una bella emozione, soprattutto se si prova per le cose di Dio, ma Gesù non ha detto: “Ben fatto, servo entusiasta”, invece: “Ben fatto, servo buono e fedele” (Matteo 25:21).
Molti iniziano bene, ma pochi perseverano. Ci si accende facilmente, ma ci si spegne altrettanto in fretta quando arrivano stanchezza, delusioni o incomprensioni. La fedeltà, invece, è la scelta di rimanere, obbedire e amare anche quando non è facile, non è conveniente o emotivamente gratificante. La chiesa ha bisogno di persone costanti, non intermittenti. Di cuori che restano, non che fuggono alla prima difficoltà. Sei affidabile nel tempo o presente solo quando ne hai voglia? Torna al primo amore, e sii fedele ai suoi insegnamenti.
4. Esporsi, invece di restare nascosti.
Restare ai margini è comodo: non ci si espone, non si sbaglia, non si viene corretti. Ma non si cresce. “Chi sotterra il suo talento” (Matteo 25:25) non viene lodato, ma ripreso, considerato come un servo inutile!
Esporsi significa rischiare, mettersi in gioco, accettare di essere imperfetti. Significa dire: eccomi, anche con le mie fragilità. Una chiesa sana non è fatta di persone perfette, ma di persone disponibili, che si lasciano malleare da Gesù. torna al primo amore, ed Egli scaccerà via la paura.
5. Ama la famiglia di Dio, anche quando è imperfetta.
La chiesa è una famiglia, e come ogni famiglia, è imperfetta. “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).
Amare la chiesa solo quando funziona come vorremmo non è amore, è convenienza. L’amore vero resta, perdona, costruisce, sopporta. Chi ama la famiglia di Dio non la critica da fuori, ma la edifica da dentro.
Cristo ha amato la chiesa quando era fragile, e ha dato Sé stesso per lei (Efesini 5:25).
Questi cinque punti non sono un programma da spuntare, ma un percorso di risveglio. Dove uno manca, l’armonia si indebolisce. Dove tutti crescono, l’orchestra torna a suonare con potenza. Il risveglio della chiesa inizia sempre dal risveglio personale. E oggi, forse, il
Direttore d’orchestra sta guardando proprio te. Se ti sei convertito e ami Dio, perché sei rimasto indietro o fermo?
Questa è una domanda che non va evitata, perché la Scrittura stessa la pone. Non per condannare, ma per risvegliare.
Se ti sei convertito, se dici di amare Dio, se affermi che Gesù è il Signore della tua vita… perché non cresci? Perché non prendi iniziativa? Perché aspetti sempre che siano gli altri a muoversi, a servire, a costruire?
L’autore della lettera agli Ebrei scrive parole fortissime: “Dovreste essere maestri, invece avete ancora bisogno di latte” (Ebrei 5:12).
Non sta parlando a increduli, ma a credenti. Persone convertite, ma spiritualmente arretrate.
La conversione è un inizio, eppure molti si sono fermati lì: salvati, ma non trasformati; presenti, ma non coinvolti; informati, ma non formati. Gesù dice: “Chi mi ama, osserverà la mia parola” (Giovanni 14:23) e ancora “Qualunque cosa trovi da fare, falla con tutte le tue forze” (Ecclesiaste 9:10).
L’iniziativa è responsabilità. È dire: Dio mi ha salvato, ora mi metto a disposizione. Nella chiesa primitiva nessuno aspettava di essere intrattenuto: “Erano perseveranti” (Atti 2:42). Se non ti muovi, se non cresci, se non servi, qualcosa si è fermato dentro. Non la fede dichiarata, ma l’amore praticato. Restare indietro è una scelta, non una condizione. Dio non chiama tutti allo stesso ruolo, ma chiama tutti alla crescita.
Questa non è un’accusa per umiliare, ma un invito a risvegliarsi. Se ti sei convertito e ami Dio, allora rialzati e abbi fede poichè, se tu proseguirai il cammino come servo fedele, Dio completerà l’opera che ha iniziato in te!