Non noi, ma Cristo


Paolo e il paradosso della debolezza

Quando ho cercato la parola “vanto” su Google è risultata la definizione che dice: “Vanto: Esaltazione compiaciuta dei propri meriti e delle proprie capacità. Ciò che costituisce motivo di orgoglio, di gloria, di lode.”

Il vanto è l’atteggiamento con cui una persona attribuisce valore a sé stessa mettendo al centro i propri meriti, qualità o risultati, cercando riconoscimento, superiorità o sicurezza in ciò che è umano. È un qualcosa che fa parte tanto dell’interiore quanto dell’esteriore.

Questo sentimento nasce dall’io e si nutre del confronto. Tutti quanti cerchiamo approvazione da chi ci circonda ed è parte del nostro essere uomini e donne fatti di carne. Ma se siamo sinceri con noi stessi, riconosceremo che il vantarsi fa parte della nostra quotidianità più di quello di cui ci rendiamo conto.

C’è vanto quando dici chiaramente quanto sei bravo, quando fingi la modestia, quando ti elevi abbassando gli altri. C’è vanto quando racconti una storia solo per far risaltare te, quando usi ciò che possiedi per impressionare, quando fai un’esibizione costante di successi, corpo, lusso o felicità. Quando ti mostri superiori eticamente e, addirittura, usi le difficoltà per sentirti superiore stai facendo uso del vanto.

Io da seguace di Cristo mi sono interrogata a lungo su queste questioni e posso affermare di essermi trovata troppe volte colpevole. Molto lo fa il non essermi presa cura e tempo per capire che diversi miei atteggiamenti facessero capo a quello che ho scoperto essere il problema principale: voglio nascondere la mia debolezza.

Da persone che credono in Dio, quanto ci rendiamo conto di tutto questo? Il vanto è un atteggiamento che risalta ai nostri occhi oppure siamo troppo assopiti e abituati ad esso da non rendercene conto? Conosciamo davvero cos’è comportamento?

Da cristiani sappiamo che nella Bibbia l’ostentazione non è qualcosa da coltivare, soprattutto perché, se scaviamo a fondo, capiamo che nell’orgoglio di una persona è proprio la grazia* ad essere data per scontata. Vantarsi, per un cristiano, significa non ringraziare per un dono, non testimoniare dell’opera di Dio e non parlare con gratitudine. Il vanto è quando l’io prende esattamente il posto della grazia.

*La grazia, nella visione cristiana evangelica, è l’azione sovrana e gratuita di Dio con cui Egli giustifica il peccatore, perdona i peccati, dona una nuova vita, esclusivamente per mezzo di Cristo, ricevuta per fede, indipendentemente da opere o meriti umani.

Le mie riflessioni riguardo questa tematica sono partite da un brano letto nella seconda lettera dell’apostolo Paolo scritta ai credenti di Corinto. Nella chiesa dei corinzi erano arrivati predicatori che si presentavano come superiori a Paolo. Erano più eloquenti, più carismatici, apparentemente più “spirituali”, e più autorevoli secondo i criteri umani. Paolo li chiama ironicamente “sommi apostoli” (2 Cor. 11:5) “falsi apostoli, operai fraudolenti, che si travestono da apostoli di Cristo” (2 Cor. 11:13).

Il problema con questi uomini non era solo teorico, ma riguardava in particolare l’ambito spirituale: proponevano un altro vangelo (2 Cor. 11:4) centrato su potere, prestigio e performance.

Ma perché Paolo arriva a “paragonarsi” a questi falsi profeti? L’apostolo arriva a sfruttare un grande paradosso per far capire il suo concetto: Paolo “si vanta”, ma controvoglia.

Dal punto di vista evangelico, questo è cruciale.

Paolo sa che vantarsi è sbagliato, ma dice chiaramente che è stato costretto a vantarsi (2 Cor. 12:11). Perché? Non per difendere il suo ego, ma per proteggere il vangelo e per smascherare il falso criterio spirituale dei suoi avversari. Paolo entra nel loro “gioco”, ma lo capovolge completamente.

Dalla lettera emerge che i falsi profeti si vantavano di: eloquenza (2 Cor. 10:10), autorità esteriore, successi visibili, esperienze spirituali “spettacolari”, status e riconoscimento umano. Paolo, a sua volta, risponde al loro atteggiamento facendo un elenco di cose per cui si vanta. Egli racconta di persecuzioni, naufragi, fame, prigionia, rifiuto, pericoli e sofferenza (2 Cor. 11:22-28). Tutte queste cose di cui Paolo, da “pazzo”, si vanta sarebbero motivo di vergogna dal punto di vista umano.

E allora perché lo fa? Vuole sicuramente insegnarci qualcosa che ci possa far riflettere sui motivi che ci spingono a mettere noi stessi al centro. Le domande che l’apostolo ci pone indirettamente le ho immaginate così:

A quale scopo ci si vanta? Perché vantarsi di ciò che riempie l’uomo ma svuota la croce?

Qui sta il cuore del messaggio.

Paolo dice: “Se bisogna vantarsi, mi vanterò delle cose che concernono la mia debolezza” (2 Cor. 11:30). Questo versetto esprime tutto ciò che ogni cristiano dovrebbe tenere bene a mente. Io per prima. Proprio questo apostolo ha avuto molti tormenti e affanni, ma lui li usa come suo vanto. In questo modo ci sta dicendo che il vero apostolo assomiglia a Cristo crocifisso, ed è in lui che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza.

Noi siamo deboli di proposito. Dio non sceglie strumenti forti per mostrare la sua gloria. Dio usa strumenti deboli perché sia chiaro che la gloria è sua. Ogni vanto umano è escluso (Efesini 2:8–9). Dio stesso impedisce a Paolo di vantarsi per custodirlo nell’umiltà. Infatti, Paolo stesso dice che Dio gli ha dato “una spina nella carne” per rimanere modesto (2 Cor. 12:7).

Il versetto chiave del brano è in 2 Corinzi 12:9 – “La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza.”

Secondo Paolo, non è un vero ministro chi appare forte, ma chi predica Cristo crocifisso, chi non cerca la propria gloria, chi sopporta la sofferenza per amore del vangelo, chi non manipola le persone e chi non si mette al centro.

Nella Seconda lettera ai Corinzi al capitolo 10, verso 17 Dio ci ricorda: “Chi si vanta, si vanti nel Signore.” Se qualcuno deve vantarsi, lo faccia non di sé stesso, ma di ciò che Dio ha fatto e di chi Dio è. Per fare ciò bisogna riconoscere che ogni bene viene dal Signore.

Ciò che pensiamo e diciamo ha un valore altissimo, sia per noi che per gli altri.

Non abbiamo bisogno di cercare conferme, non abbiamo bisogno di mettere in mostra i nostri successi, né di ottenere ammirazione e approvazione da chi ci circonda. Niente di ciò che siamo o di ciò che abbiamo è merito nostro. Davanti a questa consapevolezza l’unica cosa possibile da fare è prendere ciò che riteniamo le nostre debolezze e darle a Dio. Attraverso di esse Egli saprà come ottenere il meglio per la sua gloria. E quando ci sentiremo deboli potremo guardare a Cristo e dire come Paolo: “quando sono debole, allora sono forte” (2 Cor. 12:10b).

Paolo, infatti, non sta dicendo: “Guardate quanto sono bravo”, ma: “Guardate quanto Dio è potente nonostante me”.

Siamo pronti a dire lo stesso?

APPENDICE – Comportamenti concreti per combattere l’orgoglio

Parlare del risultato, non di sé. (“È andata bene”, “Ho fatto del mio meglio”, “Il lavoro ha dato i risultati sperati”)

Dire le cose come sono, senza giustificarsi. Non aggiungere lamentele finte, non minimizzare per farti contraddire, accetta i complimenti con semplicità (“Sì, mi hanno promosso. Sono contento.”, “Grazie, ho lavorato molto per questo.”, “È stato un bel risultato.”)

Parlare di sé senza paragonarsi. Parla del tuo percorso, non delle capacità altrui. Usa “io” invece di “io rispetto a…”. (“All’inizio non capivo, poi con il tempo ho imparato.”, “Sto ancora migliorando.”, “Ognuno ha i suoi tempi.”)

Raccontare una storia senza mettersi al centro. Dai spazio alle decisioni condivise e non sottolineare che avevi ragione. (“Ne abbiamo parlato e alla fine abbiamo trovato una soluzione.”, “Il confronto è stato utile.”, “È venuto fuori un buon risultato.”)

Godersi ciò che si ha senza usarlo come simbolo sociale. Parla dell’utilità, non del valore simbolico. Non ti aspettare reazioni di nessun genere. (“Mi trovo bene con questo.”, “Era quello che cercavo.”, “È pratico per le mie esigenze.”)

Condividere sui social senza voler dimostrare nulla. Puoi condividere meno, ma in modo autentico. Evita didascalie autocelebrative e non trasformare ogni successo in contenuto. (Puoi postare una foto semplice senza spiegazioni o un momento che ti ha fatto stare bene.)

Si possono esprimere i proprio valori senza giudicare gli altri. (“Io cerco di fare così.”, “Non è facile per tutti.”, “Sto ancora imparando.”)

Imparare a raccontare la fatica senza usarla come medaglia. Descrivi il processo, non l’eroismo. Riconosci gli aiuti e il contesto e non sottolineare quanto sei diverso dagli altri. (“È stato impegnativo, ma ne è valsa la pena.”, “Ho avuto anche del supporto.”, “È stata una buona esperienza.”)